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Pietro Mennea, un mito intramontabile. Mai più nello sport italiano un atleta come lui

19/04/2008 17:15

E' stata una serata splendida. Organizzata impeccabilmente da Valter Nieri all'hotel Villa San Michele di Antonio Damiani e Stefania Coltelli, una delle strutture più accoglienti della Lucchesia situata a San Michele in Escheto. Ma è stata, soprattutto, una magnifica serata di sport. Anzi. Di fedeltà allo sport, così come si chiama la manifestazione giunta alla sua dodicesima edizione e che ha avuto come indiscusso protagonista un uomo che è anche un mito: Pietro Mennea (nella foto di Alcide premiato dal sindaco di Altopascio, Maurizio Marchetti), ex primatista del mondo sui 200 metri con il faraonico tempo di 19,72.

Chi scrive Mennea lo ricorda benissimo. A Roma, fine anni Settanta inizi anni Ottanta: stadio dei Marmi, Acquacetosa, stadio della Farnesina. Tutti gli impianti di atletica leggera della capitale, ad eccezione dello stadio delle Terme di Caracalla, accoglievano le zampate sul tartan della pista del campione senza tempo, colui che aveva dato l'illusione ai suoi appassionati sostenitori, con la partecipazione a cinque Olimpiadi, di poter prolungare all'infinito la giovinezza. Così, proprio ieri sera, il vecchio campione, per caso, si è trovato a fianco di colui che, giovanissimo e mediocre atleta sui 400 e 800 metri, lo ammirava e considerava una sorta di irraggiungibile esempio di longevità e capacità sportiva.

Pietro Paolo Mennea è sempre stato un atleta e un uomo atipico, spigoloso, riservato e polemico. Con quei suoi occhietti che una volta erano, in un certo senso, spiritati tanto erano vivi, e che ora appaiono furbi, vispi, simpatici, magari meno accesi di allora, ma più umani e curiosi. L'intervista è, in realtà, l'occasione per percorrere all'indietro la storia del più grande campione dello sport che l'Italia abbia mai avuto.

Lei ha appena pubblicato un libro dal titolo 19,72 Il record di un altro tempo. Perché e che cosa vuol dire?

"Ho scritto questo libro per far capire come sia potuto arrivare a centrare quell'obiettivo, grazie al lavoro duro, ai sacrifici, alla forza di volontà, alla consapevolezza che la fatica, se unita all'onestà e alla volontà, può farti arrivare dove è difficile pensare di poter giungere. Nello sport esiste una giustizia che in altri campi non sempre prevale. Ovviamente se si evitano le scorciatoie e se si è puliti. Del resto chi si gonfia, dura meno e è anche il primo a sgonfiarsi".

Lei è stato sulla breccia per vent'anni. Ben cinque Olimpiadi: da Monaco 1972 a Seul 1988. Un record difficile da battere.

"E' vero. Cinque Olimpiadi, vent'anni di storia dell'atletica leggera che io ripercorro in questo libro cercando di raccontare episodi e spiegare come sia stato possibile arrivare così lontano. Io avevo tanta fame, fame di rivalsa, di raggiungere qualcosa di importante per chi, come me, proveniva dal Sud e aveva alle spalle una storia di gente onesta e umile che mi aveva dato principi sani che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Non ho fatto la sesta Olimpiade? Sarebbe stato troppo e, poi, nella vita si fanno anche altre cose. Io avevo 36 anni, ero stanco, nella velocità, poi, non è facile durare ad altissimi livelli".

Lei aveva fama di avere un carattere un po' scorbutico.

"Diciamo che non mi piaceva essere sfruttato dall'establishment. Io sono riuscito a durare così tanto proprio perché ho cercato di resistere alle lusinghe e alle minacce, perché ho sempre voluto mantenere una mia propria autonomia. Nel libro racconto di come Nebiolo non volesse che andassi a Città del Messico alle Universiadi dove, poi, ho fatto il record mondiale. Io, invece, non ho mollato e ci sono andato. Nebiolo ha fatto molto per questo sport, lo ha portato, come fama e come diffusione, a ridosso del calcio, ma ha dovuto accettare per forza alcuni compromessi. Io sono stato fortunato, perché ho sempre vinto e ho fatto ottimi risultati, altrimenti avrei sicuramente finito per restare stritolato dal sistema".

Lei ha ricordato le figure di Aldo Moro e di Sandro Pertini.

"Sì, Moro mi mandò a chiamare nel 1974, dopo che avevo conquistato due ori agli Europei. Mi chiese che studi stessi portando avanti e, quando gli dissi l'Isef, mi risposte che, una volta finito, avrei dovuto iscrivermi a Scienze Politiche. Cosa che feci e, infatti, ora ho quattro lauree: Isef, Scienze Politiche, Scienze Motorie e Giurisprudenza. Mi ricevette al Ministero degli Esteri, alla Farnesina, lui che spesso era solito camminare lungo l'anello esterno dello stadio dei Marmi dove io mi allenavo. Quanto a Sandro Pertini, volle conoscermi e, nel corso del suo mandato, mi chiamava dal Quirinale. Sono stata l'ultima persona a vederlo prima della scadenza del suo ufficio. Era una persona entusiasta, amabile, piena di vita. Mi voleva un gran bene e mi stimava. Nel libro ricordo quel periodo, il terrorismo, le Brigate Rosse, gli attentati dello stragismo nero aiutato da frange dei servizi segreti".

Non ha nostalgia dell'odore dell'erba tagliata e del tartan delle piste di atletica?

"No. Non ripenso con nostalgia a quegli anni. Sono stato una persona che ha sempre guardato avanti, verso altri obiettivi. Sono entrato nel mondo del calcio, poi sono stato eletto europarlamentare, ho scritto diversi libri su argomenti sportivi, ho costituito la fondazione Pietro Mennea che si occupa di beneficenza e di tante altre cose. Abbiamo una biblioteca di oltre centomila volumi. Lo sport è stata una parentesi ampia della mia vita, ma ora appartiene al passato, anche se posso dire che quei valori e quei principi valgono, per me, anche nella vita".

Perché un ragazzo dovrebbe dedicarsi all'atletica leggera?

"Perché è uno sport individualista che, a volte, per esempio nelle staffette, ti mette a confronto con gli altri. Inoltre ti porta a godere delle vittorie da solo, così come a disperarti per le sconfitte. Io ho cercato di sperimentare nuove vie, di andare oltre, di non fermarmi. Con me era il professor Carlo Vittori, un grande professionista che tanto mi ha dato e al quale tanto ho dato io sottoponendomi alle sue teorie e pratiche di allenamento. Sandro Donati? Una degna persona, onesta e competente. Purtroppo non sempre, anche nello sport, i migliori e i più onesti hanno vita facile. Donati è una grandepersona e un ottimoallenatore per la velocità".

A quando la presentazione ufficiale del suo libro?

"Il 10 giugno, alle 10,30, nella sala della Federazione Nazionale della Stampa a Roma. Ci saranno ospiti d'eccezione, a cominciare da Gianni Minà, che ha anche curato la prefazione e che nel settembre 1979 era con me a Città del Messico, poi i due campioni di colore Lee Evans e Tommie Smith, Sandro Donati, l'ex giudice Imposimato che è un grande amico. Sarà un momento di grande emozione. Il libro è pieno di aneddoti e, in più, ho voluto aggiungere le metodologie di allenamento fatte nei mesi precedenti la realizzazione del record mondiale. Così si potrà capire cosa, veramente, si deve fare se si vuole centrare un obiettivo. Io mi allenavo per almeno 350 giorni all'anno, mantenendo una vita rigorosa, che non mi costava sacrificio perché ero sicuro di ciò che volevo raggiungere. E' un libro dove racconto anche di tanti amici".

Mennea è stato anche nel mondo del calcio.

"Verissimo. Sono stato direttore generale della Salernitana, una società, una squadra e una città fantastiche. Eravamo in serie B, centrammo la promozione con Delio Rossi allenatore. Avevamo in squadra giocatori com Vannucchi e Rossi, ex della Lucchese, Gattuso, Di Michele, tanti campioni che ancora oggi, a distanza di anni, giocano in serie A. Avevamo trentamila abbonati e quarantamile spettatori a domenica. Roba da non credersi. Io mi occupavo dell'aspetto gestionale. Fu una bellissima esperienza che interruppi quando divenni europarlamentare. Ricordo che il castel Di Sangro, quando giocava con noi, era felicissimo per l'incasso. A loro ci volevano diverse partite per racimolare la stessa somma".

Al. Gra.

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