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'Bomba' sull'imprenditoria e sullo sport lucchesi: indagata per concorso in estorsione Jolanda Zambon, industriale ed ex presidente della squadra di pallacanestro femminile
12/05/2010 00:43
La notizia di agenzia non lascia indifferenti: FERMI IN CALABRIA, INDAGATA IMPRENDITRICE LUCCA. Da Cosenza, per la precisione, a seguito di una conferenza stampa, il corrispondente dell'Ansa trasmette quanto segue: "La polizia ha fermato a Cosenza e
ad Amantea, un centro della provincia, sei persone esponenti di
spicco delle cosche cittadine della 'ndrangheta con l'accusa di
estorsione, aggravata dal metodo mafioso, ai danni di un
imprenditore. Nell'inchiesta, che ha portato ai sei fermi eseguiti dalla
squadra mobile di Cosenza, è indagata, per concorso in
estorsione, un'imprenditrice di Lucca componente del direttivo
dell'organizzazione imprenditoriale della città toscana. I fermi sono stati fatti in esecuzione di provvedimenti emessi dalla Dda (direzione distrettuale antimafia) di Catanzaro che ha coordinato l'inchiesta
avviata nello scorso mese di marzo. L'imprenditore vittima dell'estorsione è titolare di un'azienda per l'installazione di sistemi di sicurezza".
La clamorosa anticipazione piomba nel mondo lucchese, solitamente, almeno in superficie, calmo e sonnolento, come un fulmine a ciel sereno. L'imprenditrice lucchese coinvolta nell'inchiesta altri non è che Jolanda Zambon (nella foto), persona conosciutissima in città e nell'ambiente dell'Associazione Industriali cittadina e provinciale. L'imprenditrice ha ricoperto, nel corso degli ultimi anni, una serie di cariche particolarmente prestigiose anche nel mondo dello sport essendo presidente della squadra di pallacanestro femminile di A2, guadagnandosi la stima e l'apprezzamento per il suo impegno sia a livello economico, sia sociale e sportivo. Peraltro, proprio questa mattina all'alba è stata perquisita l'abitazione della donna dagli investigatori della squadra mobile di Virgilio Russo appartenenti alla questura di Lucca su delega della direzione distrettuale antimafia. Jolanda Zambon è indagata perché, secondo le accuse, si sarebbe rivolta ad esponenti della cosca della 'ndrangheta Lanzino-Di Puppo-Patitucci per risolvere una controversia che aveva col suo collega di Amantea vittima dell'estorsione. L'imprenditrice, in particolare, avrebbe preteso che il
titolare dell'azienda di Amantea con cui aveva avuto rapporti di
lavoro non incassasse due assegni che gli aveva dato in
garanzia. E di fronte al rifiuto dell'imprenditore ad accogliere
la richiesta avrebbe fatto intervenire alcuni esponenti della
cosca Lanzino-Di Puppo-Patitucci.
Le indagini erano partite un paio di mesi fa a seguito della denuncia presentata dell'imprenditore sottoposto ad estorsione. I sei fermati appartengono alle cosche di Cosenza ed Amantea. La Zambon, che ha 48 anni, fa parte del direttivo provinciale dell'associazione Industriali lucchese. Gli investigatori hanno appurato che gli arrestati avrebbero più volte intimato all'imprenditore, con violenza e minacce di morte, di
restituire alcuni assegni ricevuti dalla Zambon quale compenso per una consulenza di lavoro, oltre a 33 mila euro da versare in favore dei clan di Cosenza. Per l'imprenditore cosentino i problemi sono cominciati poco dopo l'interruzione della collaborazione avviata nel 2009 con una delle aziende della Zambon. La donna, secondo quanto emerso dalle indagini, per tornare in possesso del denaro decise di interessare alcuni amici calabresi con i quali era già in contatto per progetti di lavoro da sviluppare, attraverso una seconda azienda per la lavorazione e produzione di materie plastiche, in provincia di Cosenza, anche nel settore dello smaltimento dei rifiuti.
Un primo incontro tra gli uomini incaricati dalla donna e l'imprenditore è avvenuto il 22 febbraio di quest'anno. Nell'occasione l'imprenditrice fu indicata come persona ''vicina'' ad esponenti dei clan di Cirò Marina. In un secondo incontro, avvenuto in un parcheggio vicino lo svincolo autostradale di Cosenza nord il 4 marzo, la vittima, all'ennesimo rifiuto di restituire gli assegni, è stata colpita al volto con un pugno e minacciata di più gravi conseguenze se non avesse provveduto a consegnare anche altri 13 mila euro per i clan. In un successivo appuntamento, avvenuto dopo qualche giorno all'esterno di un bar di Amantea, la vittima è stata avvicinata da alcuni esponenti di primissimo piano delle cosche di Cosenza ed Amantea riconosciuti dai poliziotti della squadra mobile e del Commissariato di Paola.
Nell'occasione gli uomini dei clan hanno rinnovato le minacce nel caso in cui l'imprenditore non si fosse piegato alle lororichieste. Un rifiuto che, a loro dire, avrebbe compromesso un affare al quale erano interessate le cosche di Cosenza e di Cirò Marina in provincia di Crotone. Infine, nell'ultimo incontro, il 30 aprile, l'uomo è stato costretto a consegnare alcune cambiali per un importo di 4.333 euro emesse in favore di Jolanda Zambon. Visto lo sviluppo delle indagini, la Dda di Catanzaro ha deciso di disporre i fermi degli indagati, sei dei quali sono stati eseguiti, mentre una settima persona è irreperibile.
''Quello che va sottolineato è questo intreccio che in qualche misura diventa perverso tra imprese del nord e criminalità calabrese''. A dirlo è stato il procuratore della Dda di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, incontrando i giornalisti per illustrare i dettagli dell'inchiesta che stamani ha portato al fermo di sei persone con l'accusa di estorsione aggravata dalle modalità mafiose e nella quale è indagata, per estorsione, la Zambon. ''Decisiva - ha aggiunto - è stata la scelta dall'imprenditore di Amantea che si è rivolto alla polizia per interrompere le richieste di denaro, in virtù del rapporto 'dare-avere' che aveva con questa imprenditrice. Quest'ultima, invece, era entrata in contatto con ambienti criminali per recuperare le somme che riteneva di vantare. Ovviamente questi ultimi si aspettavano un qualcosa dall'imprenditrice di Lucca. Siamo nel campo dell'io do una cosa a te, tu dai una cosa a me''. Lombardo ha poi spiegato la decisione di emettere decreti di fermo con ''l'urgenza di interrompere il disegno criminoso e poi il decreto di sequestro delle quattro cambiali di 13 mila euro che la vittima era stata costretta ad emettere in favore dell'imprenditrice lucchese. Il fermo di questi titoli alla loro presentazione in banca avrebbe fatto scoprire l'attività giudiziaria, quindi avrebbe creato il pericolo di fuga. Da qui la decisione di procedere con i fermi''.
All'incontro hanno partecipato anche il procuratore aggiunto della Dda, Giuseppe Borrelli e il capo della squadra mobile di Cosenza, Fabio Ciccimarra. ''L'operazione di oggi - ha detto Ciccimarra - si deve al coraggio della parte offesa, che di fronte alle minacce e alle intimidazioni decide di denunciare quanto gli stava accadendo recandosi al commissariato di Paola. Tra le persone coinvolte vi sono esponenti di spicco del panorama criminale cosentino e di Amantea. Da qui il coinvolgimento della Dda di Catanzaro che ha coordinato l'attività investigativa che si è avvalsa anche delle intercettazioni che ci hanno consentito di raccogliere elementi a conferma delle dichiarazioni della vittima''.