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Un sorriso, l'ereditā per interpretare il calcio e la vita
19/05/2010 08:32
Facciamo una fatica da matti ad accettare la morte, il vero
tabù della nostra società che tenta di spiegarsi tutto, che sogna di
farci vivere cento e passa anni, magari attaccati a un tubo ma vivi. O
sarebbe meglio dire non morti. E' una società che prova attraverso i
veri (falsi) sacerdoti del nostro tempo, gli scienziati, a spiegare
anche
l'inspiegabile. Con la camicia di Nesso della razionalità assoluta a stringerci
il collo e l'anima. Ma con la morte, e il dopo morte, anche la razionalità alza bandiera
bianca. Eppure la morte fa parte di noi. E non si può né si deve
rimuovere anche se costa una fatica pazzesca. E' un fatto prima di tutto
sociale, come sosteneva Giovanni Gentile: "Chi muore, muore a
qualcuno". Da qualche altra parte abbiamo
letto: è morto perché è nato. E' morto perché è nato: più chiaro di
così, appunto, si muore. E' un passaggio inevitabile con la speranza che sia una tappa, non un punto di
arrivo.
La morte di Nicola Tuccori - di Picone per tutti noi - ha colpito molto
l'ambiente rossonero, che in quest'annata bellissima aveva
trovato solo pagine con il sorriso. Quel sorriso di cui Picone non
poteva fare a meno. Perché - troppo spesso lo scordiamo - si deve
provare a vivere con il sorriso, cercandolo, donandolo, prestandolo. Ci
stiamo poco sulla terra, troppo poco, per negarcelo e negarlo. Ed è
contagioso come poche cose al mondo.
Picone ha vissuto poco, ma,
probabilmente, lo ha fatto come avrebbe voluto, intensamente e senza
rinunciare mai a essere se stesso: è una vita ben spesa quella vissuta
così e conta sino a un certo punto la durata. Certo, meglio quantità con
qualità, ma se proprio si deve scegliere, tra le due, meglio la
seconda. O almeno così la pensiamo noi.
Guascone, simpatico, di grande umanità, talvolta temerario al
limite e oltre l'incoscienza, geniale quanto può essere una testa
matta, e sempre pronto a sdrammatizzare. Sempre con il sorriso e la
battuta fulminante in canna accompagnata da una mimica unica. Che tu lo
incontrassi in Fillungo come allo stadio. Con quel sorriso che non
sapevi mai se ti prendeva anche un pizzico in giro. A Picone, il
dramma, siamo convinti, non piacerebbe. Come i cabarettisti e i comici
il dolore, semmai, se lo portano dentro, non lo esternano. Fuori
regalano sorrisi e risate. Un po' come ha fatto lui a cui piacevano gli
eccessi di una malattia che si chiama calcio. Tra realtà e fantascienza.
Ecco
allora una Pantera alta cinque metri da collocare tra la gradinata e la
Ovest che avrebbe dovuto intimorire arbitro e avversari. Ecco un corpo
che si spenzola da un treno in orizzontale tenuto per i piedi a Reggio
Emilia, tanti anni fa, con un megafono in mano a importunare
simpaticamente i viaggiatori, i primi a ridere di cuore, e a far
sorridere anche i poliziotti sulla banchina della stazione che si
chiedevano se più che un tifoso fosse un animatore di un villaggio
turistico. Ecco un'invasione naif in mezzo al campo con le forze
dell'ordine che lo fermano solo dopo cinquanta metri e lo
riaccompagnano fuori tra gli applausi di tutto lo stadio e lui che,
divertito, saluta come una star.
Ecco il
sogno di una mega festa rossonera che coinvolgesse tutta la città e
durasse giorni e giorni. Ecco ancora una Lucchese allenata da uno
squlibrato che la schierasse con otto punte in campo all'insegna del
calcio spettacolo brasiliano. Oppure, tanto per restare in tema
carioca, ecco un'orchestrina che suonasse samba e altra musica
dall'inizio alla fine della partita. Era quest'ultimo un sogno che
covava da anni.
Se possiamo avanzare una richiesta alla
Lucchese, alle forze dell'ordine, ai suoi amici, è proprio questa:
facciamola suonare questa banda nel nostro stadio. Una volta almeno. E
che sia allegria totale, coinvolgente, non celebrazione. E che siano
sorrisi. E che sia voglia di vivere. L'eredità che ci lascia questo
ragazzo di quasi cinquantanni è il suo modo scanzonato di vivere. "No
Picone, no party" non è una presenza: è un modo di interpretare la
vita.
Ecco perché, caro Picone, in qualche modo, ci sarai anche nei prossimi
campionati.
Fabrizio Vincenti