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La mentalitā dei forti, questa sconosciuta dal calcio italiano

25/06/2010 08:55

Meno male c'è la Lucchese. In molti tra i nostri lettori devono averlo pensato ieri sera - e un po' per tutto quanto visto sinora nel mondiale sudafricano - mentre assistevano all'affondamento della squadra campione in carica. E' stato uno spettacolo prima ancora che indecente, incredibile.
Veder ridicolizzare gli azzurri da formazioni che a malapena potrebbero disputare un campionato di serie A, forse addirittura di B, ci dice prima di tutto una cosa. Che le motivazioni, la testa, l'aspetto psicologico sono tutto o quasi.

Non bastano, a nostro avviso, le riflessioni tecniche, i dibattiti infiniti sui nomi degli esclusi, i cambi più o meno azzeccati, gli infortunati, la preparazione atletica, la scelta del modulo, per giustificare simili abissi. Queste disquisizioni le lasciamo ai milioni di tecnici che osannavano Lippi solo quattro anni fa e che ora lo ritengono degno di pensione non prima di avergli scaricato addosso la patente di incompetente. 

Veder perdere così, dicevamo, non può essere solo frutto di scelte sbagliate. Queste potevano pesare, in misura crescente mano a mano che gli azzurri si fossero trovati di fronte avversari di qualità. Si fosse giunti negli ottavi - contro l'Olanda - avere o non avere questo o quel giocatore, scegliere un modulo o un altro, potevano avere un peso anche determinante. E le nostre carte, si sapeva, erano limitate. Con gli avversari affrontati sinora, no.

Fa davvero male constatare che il titolo di campioni del mondo, almeno nella testa del calcio italiano, è durato sì e no due anni. E' questo il frutto più amaro che ci lasciano i mondiali sudafricani. Anche stavolta, su questo piano, abbiamo fallito. Diremmo che siamo stati campioni, nella convinzione, sino alla qualificazione agli Europei con Donadoni in panchina. Sino lì l'Italia, anche talvolta perdendo, è rimasta campione del mondo. Come convinzione, come rabbia, come fame, come carattere, come voglia di dimostrare che con gli azzurri non si scherza, che quattro stelle le abbiamo noi e solo noi.

Dopo, è stata un'eclissi progressiva. Segnata da una fase finale dell'Europeo appena sufficiente, da una qualificazione per i mondiali senza lodi, da un torneo, quello disputato lo scorso anno in Sud Africa, che doveva costituire un campanello di allarme sulla pochezza dei ricambi, sul logoramento dei vecchi, ma, soprattutto, sul declino di quello spirito da vincenti che, non c'è nulla da fare, nel calcio italiano non regge all'usura nel tempo.

Il mondiale dell'86, come quello del '74 - guarda caso quelli successivi a grandi imprese sportive - hanno dimostrato che in Italia non si riesce a dare continuità. E' questo il nostro limite più grande: la non consapevolezza del ruolo che si deve recitare e della nostra forza. Un ruolo che si dovrebbe interpretare anche quando tanto forti non siamo. Intendiamoci. Nessuno chiedeva agli azzurri di rivincere una coppa, ma solo di lottare come deve lottare un detentore del titolo. Invece si vive di sprazzi. Si vive di scatti rabbiosi. Nell'82 come nel 2006. Programmazione, vivai, giovani da lanciare, stadi nuovi, voglia di dare vita a un ciclo: zero virgola. Mentalità, parola sconosciuta. Eppure in altri sport, basti pensare alla pallavolo, ci siamo riusciti.

Va detto: anche a ricambi siamo alla frutta. Hanno voglia di dire che Lippi - a cui va riconosciuto almeno il merito di essere tornato avendo solo da perdere - ha scelto male: Cassano c'era anche due anni fa e non ci pare che sia stato determinante, Balotelli nemmeno nell'Inter trova spazio, con buona pace di chi lo vorrebbe in Nazionale prima di tutto perché ha la pelle nera e fa chic una squadra multietnica. Persino la Germania ormai lo è. Ecco i veri razzisti. Naturalmente in salsa radical chic. Balotelli, in Nazionale, lo vediamo solo se mette un minimo la testa, non perché viene dall'Africa.

Meno male c'è la Lucchese, dicevamo. Ma, almeno in cuor nostro, non ci basta. La ferita di ieri brucia e fa male. Molto male. Ci siamo voluti fare ancora più male andando a vedere la rassegna delle prime pagine dei giornali esteri. E' un'operazione dolorosa che però consigliamo. E' tutto (o quasi) uno sputare, un irridere con gusto, uno svillaneggiare, un godere della nostre disgrazie. Su tutti, si distinguono gli spagnoli. Gente che non ha vinto un cazzo o quasi, calcisticamente parlando ma potremmo dire non solo, in cento e passa anni, ma che - forse proprio per questo - cova un livore davvero abnorme. Tipico di chi è ammalato dal complesso di inferiorità. Contassero le stelle sulla maglia prima di aprir bocca. Quattro a zero. Invidiosi da quarta fila.

Per quanto ci disarmi quanto visto a questo disgraziato mondiale, non vogliamo dimenticare quello che gli azzurri ci hanno regalato quattro anni fa. Il nostro grazie resterà per sempre. Come le emozioni, che ancora ci fanno venire i brividi. E' mancata, come detto, la continuità dei grandi. Non è poco. Anzi è tantissimo. Ora è il momento di girare pagina e se questi sono i giocatori su cui contare, c'è da tremare al pensiero del lavoro che attenderà Prandelli. C'è un salto generazionale davvero complicato. Ci vorrà il bisturi ma una sconfitta così cocente forse renderà più facile il repulisti: tutto il male, si dice, non viene per nuocere. E Prandelli pensiamo sia la persona giusta per ripartire.

Ma la vera vittoria Prandelli la raggiungerà se sarà in grado di dare stabilmente una mentalità vincente a una Nazionale che a livello planetario sta dietro solo al Brasile ma che riesce a procedere solo a corrente alternata. Altare, polvere, altare, polvere. Comunque vada, noi ci saremo. Dove c'è un tricolore. Dove c'è qualcuno vestito di azzurro. E un pallone che rotola: 1988, 1990, 1998, 2000, 2006, 2008: sono le nostre campagne al seguito degli azzurri. Dal vivo. Il mondiale 2010, per noi, invece, finisce qui: cali pure il sipario. Tv spenta e una buona dose di indifferenza. Non è più affar nostro. Già, meno male c'è la Lucchese. Ma quanto brucia...

Fabrizio Vincenti

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