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Fabrizio Vincenti: perché dico no alla tessera del tifoso
12/07/2010 09:47
In Italia - non c'è niente da fare - la voglia di dividersi e fare di ogni questione una battaglia ideologica è troppo forte. Così, anche la questione della tessera del tifoso imposta dal ministro Maroni, e non a caso osteggiata per lungo tempo dalle società calcistiche che dovrebbero essere le prime beneficiarie, ha creato due schieramenti. Chi sostiene sia del tutto inutile e vessatoria; chi dice che di schedature ne abbiamo tante e, una più una meno, non cambia nulla. Pochi si sono soffermati sui vantaggi. Segno che forse, almeno per il momento, sono davvero pochi. Il presidente Giuliani ha in qualche modo sintetizzato le due posizioni, spingendo naturalmente per la sua sottoscrizione.
Non odiassimo l'avverbio laicamente, ci verrebbe voglia di utilizzarlo per provare ad affrontare con serenità la questione. Che non è semplice ma che ci impone, anche per il gioco delle parti, di prendere una posizione. Per quanto ci riguarda, è presto detta: No.
Proviamo a spiegare il perché. Non prima di aver chiarito che alle parole seguiranno i fatti. Da anni siamo abbonati della SS Lazio nel settore Distinti Nord. Più come atto di amore che per la possibilità, relativa, di assistere dal vivo alle gare della prima squadra fondata nella capitale. Stavolta diremo no, grazie. Rafforzato naturalmente da una gestione societaria che sta spingendo al distacco, alla critica feroce e, peggio ancora, all'apatia gran parte della tifoseria biancoceleste.
Diciamo no alla tessera prima di tutto perché inquadriamo il provvedimento nella visione principalmente repressiva del mondo del calcio. Una logica che lontana dall'aver sortito gli effetti desiderati, sta spazzando via prima di tutto la gente perbene e la voglia di colorare gli stadi. Leggendo nei giorni scorsi una biografia su Vincenzo Paparelli, il tifoso laziale ucciso nel 1979 all'Olimpico, siamo rimasti basiti. I titoli dei giornali, i provvedimenti delle forze dell'ordine erano in gran parte i soliti di adesso. Un taglia e incolla e nessuno si accorgerebbe di essere al giorno d'oggi anziché in un'altra epoca. Trent'anni per niente. O quasi. Delle due l'una: o chi è preposto è un'incapace, o la strada della repressione non può essere l'unica perseguibile.
Diciamo no alla tessera del tifoso perché colpisce indiscriminatamente nel mucchio e colpisce primariamente il mondo ultrà. Il calcio è, prima di tutto, spettacolo di gente; il calcio è un fenomeno sociale. Di tutto questo sembrano non tenerne conto in troppi. E, checché ne dicano i benpensanti - quelli però pronti a insultare l'avversario perché negro o il tifoso con altri colori che sta vincendo ma che plaudono vivamente alle misure repressive -, uno stadio senza ultrà sarebbe più simile a una chiesa. Provate a andare a vedere cosa è uno stadio quando gioca la Nazionale. Poco colore, niente cori, niente vita. Un mortorio, o quasi. Che può essere riempito solo dalle vuvuzelas o dalla musica sparata a tutto volume durante l'attesa della gara. Senza considerare che il fenomeno ultrà - altra cosa sono i violenti che si annidano nelle curve - è una delle poche aggregazioni sociali importanti di questa nostra Italia sempre più simile a un mero contenitore di individui, incapace di trovare formule di socializzazione. Criminalizzarlo in toto è un errore che va ben al di là dell'aspetto calcistico. Alzi la mano chi in vita sua non è mai stato in mezzo a una curva a fare tifo.
Diciamo no alla tessera perché di strumenti a disposizione per togliere di mezzo i violenti ce ne sono. Eccome. Giusto per fare una carrellata: tornelli, biglietti nominativi, divieti di trasferte (anche a chi ha la tessera, basti pensare a Genoa-Milan dello scorso campionato), daspo affibbiati spesso senza una logica (lanci di rotoli di carta igienica a Pisa, giusto per colpire qualcuno sgradito, o innocue stelline di Natale, come ben ricordano i tifosi rossoneri). E ancora: videocamere, arresti con flagranza differita sino alle 48 ore, l'unico reato, quello da stadio, per il quale si è letteralmente massacrato il codice penale e il buon senso, oltre che il significato etimologico del termine flagranza. E sicuramente ci stiamo scordando qualcosa.
Diciamo no alla tessera perché non ci convince per nulla chi dice "non ho nulla da nascondere". Ma proprio per nulla. Sono gli stessi che dicono che se venissero intercettati, loro, non avrebbero nulla da temere. Noi, se siamo in democrazia e in uno stato di diritto e non sempre più in un grande fratello di orwelliana matrice, vorremmo che i cavoli nostri detti al telefono restassero, appunto, nostri. Fa benissimo il premier Berlusconi a battersi su questo tasto perché le intercettazioni vengano limitate. Subiamo nuovi e sempre più potenti strumenti di controllo mentre, giusto per dire, in Inghilterra ancora non hanno la carta d'identità e negli alberghi basta la dichiarazione del cliente per declinare le generalità. Di intercettazioni sui giornali, poi, nemmeno a parlarne. Qui, chiamatelo retaggio borbonico o come volete, la musica è ben altra. Con risultati sul piano delle sicurezza, ci pare poter dire, non certo migliori.
Diciamo no alla tessera, perché l'ipotesi che non possa essere concessa, per volontà delle questure - notare bene non delle società che di fatto organizzano l'evento calcistico - anche a chi ha pagato i propri conti scontando condanne per reati da stadio, ci pare un assurdo per due motivi. Il primo, evidente, perché è come se voi organizzaste una festa a casa vostra e altri vi dicessero chi invitare e chi no. Il secondo perché constatiamo con grande amarezza che la possibilità di reinserimento, in Italia, almeno a parole, viene data a tutti, a volte persino prima di scontare la condanna. Ladri, stupratori, grandi maneggioni, papponi, pedofili, assassini, politicanti corrotti e corruttori, spacciatori, terroristi. Non ai tifosi. Marchiati a vita o quasi, a quanto sembra. Incredibile. E indecente.
Diciamo no alla tessera, perché di carte di credito ne abbiamo già quattro, di cui due prepagate. E vogliamo scegliere noi quale avere e quale no. Siamo ridotti al punto che per assistere a uno spettacolo ci affibbiano altri servizi. Immaginate per un momento che per andare a teatro vi obblighino a fare una carta di credito o a scegliere un fornitore di telefonia? Li prendereste per matti. Ecco, appunto. E ci siamo pure rotti di finire sempre più in una spirale di acquirenti-bovini come paiono volerci condurre con questa gestione del calcio sempre meno vera e sempre più targettizzata.
Diciamo no alla tessera, infine, perché ci sfuggono i benefici. Non è un dettaglio. Dire, come fanno alcuni, che non essendoci controindicazioni può bastare per farla, è un ragionamento che può essere ribaltato in un attimo: se non serve perché imporla? Forse perché si conta in una sorta di assuefazione, di vera e propria tossicodipendenza dei tifosi. Che ne hanno sorbite, spesso in silenzio, già anche troppe. Forse è il momento di dire basta. Ognuno del resto ha il proprio punto di rottura. Salvo che le cose - magari - non cambino in meglio, e il provvedimento sia rivisto per garantire reali vantaggi e trattamenti più equi. E poi, restano sempre i biglietti per andare. Sino a quando, anche per quelli, non servirà una tessera. Al peggio, da queste parti, non c'è mai fine. Per tutto il resto c'è Mastercard.
Fabrizio Vincenti