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Aldo Grandi: perché dico sì alla tessera del tifoso

12/07/2010 10:07

Premetto una cosa. A me sarebbero sufficienti poche righe per spiegare i motivi del mio sì alla tessera del tifoso. E questo al di là di ogni posizione a favore o contraria. Faccio l'esempio: se il mio obiettivo è vedere una partita di calcio, assistere, cioè, a una sfida che mi appassioni e mi diverta, che cosa mi cambia se, oltre all'abbonamento, devo fare anche una tessera chiamata del tifoso? Sì, effettivamente mi occuperebbe uno spazio in più nel portafoglio, magari al posto di una carta di credito, del bancomat o della tessera sanitaria o del codice fiscale. E chi se ne frega. Peraltro, con questa, potrei anche, dicono, recarmi a vedere la squadra del cuore in trasferta senza alcun problema. Mah, comunque sia non vedo alcun problema ulteriore a quelli che, tornando a casa dal lavoro, mi trovo bene spaparazzati sul tavolo: bollette, multe, affitto, rate, tasse, medico e via dicendo.

Il mio amico e collega Fabrizio Vincenti, però, immagino avrà fornito tutta una serie di ragioni più o meno logiche, più o meno condivisibili per giustificare la sua posizione contraria alla tessera del tifoso. Dicono, in molti, che contribuirà ad allontanare i tifosi dagli stadi. Aggiungerei che, se allontanandone una parte ne arriverà un'altra formata da gente che ama le partite senza per questo sentire il bisogno di diventare gladiatori in un'arena, ben vengano non una, ma dieci tessere del tifoso. Il problema dell'ordine pubblico al di fuori e dentro gli stadi non lo si può risolvere, certamente, a colpi di tessere anche se, quantomeno, ci si può provare. In un Paese dove tutti hanno ragione e nessuno torto, dove tutti sparano merda sugli altri continuando a pensare di poter restare puliti, dove le regole sono fatte apposta per essere violate, il Paese, cioè, degli azzeccagarbugli, ebbene, una tessera in più o in meno che differenza fa?

Odio le disquisizioni accademiche che non portano a nulla se non a farsi troppe, inutili, seghe mentali. Non sopporto che mi si venga a parlare di libertà violata, di stato di polizia (io lo chiamarei pulizia, sarebbe meglio e più opportuno!), di controlli che limitano la libertà degli individui e che si aggiungono alle videocamere, alle intercettazioni e così via. Saremmo tutti, in sostanza, vittime presenti e future di un Grande Fratello che, tuttavia, non riesce mai una volta a ottenere quello per cui dovrebbe svolgere la sua funzione. Meno garantismo e più rigore, potrebbe essere la risposta. Troppo facile anche questa. C'è gente che si riempie la bocca con parole come 'le leggi ci sono basta applicarle', 'è solo una questione di mentalità', 'troppa , polizia in giro' e cose di questo genere. Se qualcuno avesse anche solo un briciolo di intelligenza capirebbe che le leggi ci sono, sì, ma servono anche ad aggirare le pene che altre leggi vorrebbero appioppare a chi le viola. Noi viviamo in una società garantista, dove l'individuo conta più della collettività, dove tutti, avvocati in primis, ma non solamente loro, si interessano a proteggere i diritti del singolo piuttosto che occuparsi (già, ma chi pagherebbe l'argent in questo caso?) di quelli della collettività. Ecco, quindi, che ci sono le associazioni che tutelano cani e porci (chiediamo scusa ai cani e ai porci), ma non ce n'è una che dichiari di voler proteggere la comunità da coloro che la pongono quotidianamente in pericolo. E non mi riferisco certo ai tifosi se non a quelli che confondono il tifo con la delinquenza. 

I magistrati, a cominciare dai procuratori della Repubblica, vietano ai giornalisti di pubblicare le fotografie delle persone arrestate, degli assassini condotti in carcere, i nomi e i cognomi dei pedofili, degli stupratori, dei rapinatori, dei bancarottieri. Giustificano tutto ciò dicendo che sarebbe una violazione della privacy. Ma quale privacy può avere un assassino o uno stupratore o un delinquente o un bancarottiere o un rapinatore o un ladro che, per primo e senza motivo, ha, lui sì, violato e devastato la privacy di qualcun altro? Altro che fotografie: perfino i filmati chi scrive pubblicherebbe perché in questo Paese si è diffusa una bastarda cultura della illegalità e della impunità secondo cui tutto è possibile perché niente è impossibile, soprattutto, perché niente è, sostanzialmente, punibile.

E' assurdo che si debbano impiegare centinaia di agenti per le partite di calcio. Sia perché costano alla collettività, sia perché lo sport non può essere un Rollerball (chi non ricorda l'omonimo, straordinario film degli anni Settanta con James Caan?). Così come è assurdo che ci siano deputati e senatori che godono di privilegi economici e politici che gridano vergogna per non parlare di una classe politica che fa, letteralmente, schifo. Ma questa non è una novità. Aveva ragione Vasco Rossi, quando, anni fa, ebbe a dire che in questo mondo l'unica trasgressione possibile è essere normali. Parole sante dette, tra l'altro, da uno che tanto normale, in un certo senso, non lo è mai stato. Ecco, proprio perché non sottoscrivere la tessera del tifoso è considerata una scelta coerente e in difesa delle libertà dell'individuo (o del tifoso), il sottoscritto dice sì a questa tessera anche se non crede, assolutamente, che tutti i mali si annidino all'interno di uno stadio (ci mancherebbe!). Quindi, poiché non esiste alcun motivo, al di là di opinioni più o meno opinabili, per dire di no, perché non dire di sì? Sarò, quindi, felice di essere uno schedato in più, ma l'esserlo non mi impedisce né mi impedirà, come è sempre accaduto, di dire quello che penso e di pensare, soprattutto, quello che dico. Dentro e fuori da uno stadio.

Aldo Grandi

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