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Cade Agnitti, giunta a un passo dal baratro: ecco il resoconto del consiglio comunale che ha sancito lo strappo del gruppo che fa capo a Dinelli e Baudone

29/09/2010 01:48

Stop. Basta con le mediazioni e i tentativi di ricucitura, almeno per il momento. Ora al consiglio comunale cittadino è davvero guerra aperta. E il primo a farne le spese è stato il presidente del consiglio, Marco Agnitti, che è stato sfiduciato con una votazione giunta dopo quasi quattro ore di discussione. Nell'ordine del giorno erano ben tre le mozioni di revoca del presidente. Una presentata dal gruppo che fa capo a Maurizio Dinelli, un'altra da Governare Lucca che si riconosce in Piero Angelini, l'ultima dal Partito Democratico.

In realtà è bastato mettere in votazione la prima delle tre, quella di Forza Lucca, per veder rotolare la testa di Agnitti. Erano necessari 21 voti a favore (la metà più uno dell'assise), ne sono arrivati ben 23 provenienti dal centrosinistra, da Governare Lucca e da Forza Lucca, che, almeno formalmente, fa parte ancora del centrodestra che regge la città. La revoca è a immediata esecutività. Dunque il consiglio deve iniziare a cercarsi da subito un altro presidente. Ma, soprattutto, deve capire se ha ancora vita la maggioranza che sostiene il sindaco Favilla, che poco prima della votazione ha fatto un ultimo, accorato appello a Dinelli e compagni per evitare uno strappo che potrebbe anche condurre alla caduta della giunta.

Nel pomeriggio si racconta che a Dinelli e al suo gruppo siano stati offerti due assessorati (uno di nuova costituzione, l'altro con le dimissioni di uno in carica) ma ormai era tardi. Si voleva la conta e la conta c'è stata. A proposito di essa, va detto che dei 23 voti raccolti dalla mozione, essendo a scrutinio segreto e non avendo partecipato il centrodestra (11 sono stati i non votanti) non si saprà se gli ordini di partito sono stati rispettati. C'è chi dice di sì, chi mormora che alcuni del centrosinistra si siano astenuti ma siano stati compensati dai voti dell'Udc che ufficialmente si è astenuta. In ogni caso lo scrutinio ha evidenziato un solo no e cinque astenuti. I presenti erano quaranta su quarantuno aventi diritto.

Facciamo un passo indietro, sino al contenuto delle tre mozioni di revoca. Che in realtà si somigliavano parecchio e che vertevano su presunti - a detta dei promotori - comportamenti non lineari di Agnitti nelle sue funzioni di presidente. In particolare a Agnitti si rimproveravano i comportamenti tenuti in occasione della costituzione del gruppo del Pdl, una denominazione utilizzata da due gruppi diversi, tra cui quello di Dinelli, e in occasione dell'approvazione del bilancio preventivo dove la procedura seguita alla mancanza del numero legale non sarebbe stata ritenuta legittima dal centrosinistra.

I lavori si sono aperti sotto la presidenza del consigliere Bertolucci, visto che Agnitti per motivi di opportunità ha preferito non dirigere la seduta. Che si è infiammata subito per gli interventi in stretta successione di Dinelli e Fazzi. Il capo del gruppetto dei sette consiglieri in disaccordo con la linea ufficiale del Pdl ha esordito giurando fedeltà al sindaco, nonostante tutto: "Appoggeremo questo giunta anche se chiediamo la pari dignità che ci viene negata, ma vogliamo la revoca di Agnitti. Niente di personale, ma la sua presenza per noi non è più possibile. Ripetiamo: la giunta non cadrà per colpa nostra ma, semmai, di altri".

Durissima la replica di Pietro Fazzi: "E' uno scontro che si sta consumando alle spalle della città. E' una diatriba senza dignità, ridicola, priva di contenuto politico e amministrativo fatta da uno o due nobili decaduti, o sedicenti tali, che ritengono di dover continuare a pesare dopo due mandati in regione. Eppure dopo due mandati non c'è nulla di strano a ruotare. Qui si contesta di essere comandati dagli organi legittimi del partito di cui si fa parte. E' una storia di ricatti politici e non politici, una situazione penosa, comunque vada a finire. E arrivo a dire che in tutto questo c'è una velata concussione. Siamo ai ricatti, alle bassezze in nome di un diritto che non c'èm che non ha fondamento politico. Del resto, seguendo questa logica, si potrebbe arrivare a tanti gruppi consiliari tanti sono i consiglieri. E' umiliante e mortificante".

Giorgi, per Governare Lucca, ha ribadito il suo voto a favore della rimozione di Agnitti, come Tambellini che si è dichiarato stupito: "Non sono ancora abituato, dopo tanti anni di politica, a situazioni come questa, sono sconcertato e la gente di Lucca non merita tutto ciò. Merita di voltare pagina". Andrea Tagliasacchi, in dissenso con il proprio gruppo, il Pd, ha dichiarato di non aver firmato la mozione di sfiducia e di provare disagio per l'attacco personale a cui è stato sottoposto Agnitti.  Fava, per il Pdl, come pure Fabbri, hanno ribadito il non senso dello sfiduciamento di Agnitti e le conseguenze politiche gravissime del gesto: "Dovranno spiegare ai tifosi perché non si ammodernerà il Porta Elisa oppure ai cittadini perché non si sistemeranno le fognature. La caduta di Agnitti significherebbe prendere atto che c'è una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne dovremo ragionare e tirare le conclusioni qualunque esse siano".

E' intervenuto, come accennato, anche il sindaco Favilla, proprio poco prima del voto: "Se è una sfiducia verso di me vi prego di presentare una mozione in tal senso e non di colpire una sorta di agnello sacrificale. Venite alla luce, altrimenti vi prego di ritirare tutte le mozioni". L'appello è caduto nel vuoto e per ultimo ha parlato Marco Agnitti (nella foto), che ha difeso appassionatamente il suo ruolo: "Con orgoglio parlo dei risultati raggiunti, a partire dall'istituzione del difensore civico, dell'ammodernamento del regolamento e della assoluta trasparenza nella gestione del denaro. Oltre che della totale indipendenza da tutti. Quello che ho fatto, vi giuro, lo avrei fatto nei confronti di qualunque forza politica. In tutti questi anni mai ho palesato il mio pensiero politico. Non amo il conflitto ma ho il dovere di difendere l'istituzione che rappresento".

Poi, il voto. Che ha di fatto aperto ufficialmente la crisi politica in comune e i cui esiti sono al momento imprevedibili: ci sarà da capire se prevarrà la voglia di andare comunque avanti con la spada di Damocle sulla testa costituita da Dinelli e compagni oppure se si preferirà sciogliere le righe e tornare al voto. Di sicuro c'è che viene umiliata un'intera città e la sua voglia di essere governata da una classe dirigente all'altezza. Di sconfortante c'è che la possibilità di dare vita a una stagione di cambiamenti e di interventi  nel tessuto cittadino, tra cui ovviamente il rifacimento dello stadio, si fa sempre più remota.

Fabrizio Vincenti

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