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Tutto calcio, siamo inglesi. Alla scoperta (dal vivo) del tanto sbandierato, spesso a sproposito, modello britannico

01/10/2010 12:33

Troppo forte la tentazione. Londra è Londra, e il calcio inglese è sempre il calcio inglese. Così il vostro cronista, sfruttando una due giorni oltremanica ha varcato, per la prima volta in occasione di un match tutto britannico, la soglia di uno stadio della capitale sul Tamigi.

Scenario lo Stamford Bridge, l'impianto del Chelsea di Carlo Ancelotti. Chelsea-Newcastle, terzo turno di coppa di Lega, una sorta di seconda coppa, dopo quella di Inghilterra. Per un match del genere in Italia ci sarebbero meno di cinquemila paganti, a essere ottimisti, e lo stadio londinese ne contiene oltre 40 mila. Così, con una presunzione tutta provinciale, il primo passaggio per la caccia al biglietto è a Piccadilly Circus, dove si trova un botteghino per la vendita dei tagliandi per ogni tipo di spettacolo.

Sono le ore 15, la gara è in programma alle 19,45. "Do you have ticket for tonight Chelsea match?", sproloquiamo in un inglese oltre ogni umana decenza. "Yes! But only ticket ospitality, with parking and drinks included: 99 pounds". Mortacci loro: son circa 120 euro al cambio. "Vabbè qui vendono tagliandi per giapponesi e russi; i nuovi arricchiti ai quali fanno un baffo queste cifre. Andiamo direttamente allo stadio e tanti saluti, non ci fregano. Nothing thank you and good bye".

Ore 17 metropolitana fermata di Fulham Broadway, quella che scarica a pochi passi dall'impianto della squadra di Roman Abramovich che sta regalando una sequenza di vittorie mai conosciute in questa zona della buona borghesia londinese. Lo scenario dovrebbe insospettire: appena fuori più di una persona si avvicina e, a mezza bocca, si lascia sfuggire un "ticket?". Tiriamo a diritto, ormai siamo a trecento metri dalla biglietteria: ora gliela facciamo vedere a questi parassiti. Il botteghino dello stadio, naturalmente, è all'interno dell'impianto, diciamo proprio dove erano tutti i botteghini una volta anche in Italia: "I'd buy a ticket for tonight". "We have only ticket ospitality: 99 pounds". "No, scusi, ehm, cheaper?". "No I'm sorry sold out". Sold out. Oddio. La parola arriva come un masso e genera il panico: "Non è possibile. Stai a vedere siamo qui e restiamo fuori".

Inizia la caccia al bagarino, ed è una comica. Vuoi per l'inglese maccaronico vuoi per il contesto non conosciuto. Si abborda un tizio che ha sussurrato la parola ticket. Costo al botteghino 20 pounds, lui, perché ci vuole bene, ce lo mette solo 75. E non esiste la parola sconto. Spiega che tutti i match del Chelsea vanno esauriti e in pratica vuol integrare la sua pensione (il tizio ha ben oltre 50 anni) con questo simpatico sistema. Il dubbio, paranoico, che sia un poliziotto ci sfiora. Ci manca una serata in guardina. Del resto negli USA, almeno in alcuni stati, si va in prigione per il superamento dei limiti di velocità. Che ne sappiamo delle leggi di Sua Maestà?

Alla fine la voglia di esserci è troppa. Cediamo, rinunciando alla cena per salvare il budget giornaliero. E lo scambio ticket-sterline avviene camminando, tramite un giornale che serve da schermo. Per un minuto, ci pare di essere narcotrafficanti. Oltretutto con il rischio che sia pure un tagliando falso. Il bagarino, la traduzione inglese non la conosciamo, è cortese e ci porta sino sotto il settore dove entrare. "Ciao" il suo commiato un po' ruffiano.

In pratica è un tagliando di quella che a Roma sarebbe una tribuna Tevere o a Lucca una gradinata, ma immaginatevela coperta e naturalmente con i seggiolini. Il biglietto non è nominativo. Avete letto bene: in Inghilterra i tagliandi sono al portatore eppure, quello inglese, si sproloquia sia il modello da seguire per la gestione dell'ordine pubblico. Tessera del tifoso? Ma de che? Esiste una tessera fedeltà (per il Chelsea il costo è 25 pounds e 12 per i minorenni) su base rigorosamente volontaria e che dà diritto alla priorità sui tagliandi. Avete letto bene: la priorità sull'acquisto dei biglietti e qualche sconto sui gadgets. Fine.

I cancelli non sono ancora aperti, la gente è poca e siamo già nel recinto interno dello stadio. In questa zona ci sono pub, un albergo (vi stanno fischiando le orecchie pensando al nuovo ma ancora lontano Porta Elisa?) e uno store del Chelsea grande, fate conto, quanto l'ex Upim di via Roma. Due piani dove c'è di tutto, anzi di più per chi tifa questi colori. Persino lo spazzolino per i denti marchiato Chelsea. Intorno tanti agenti di polizia, alcuni a cavallo. La presenza, però, è rassicurante: né facce truci, né atteggiamenti da guerra civile. Come al solito l'unica arma è un manganello unito a una grande calma e fierezza. Niente scudi, niente caschi, niente tute da guerriglia.

Arrivano i pullman delle due squadre a distanza di poco tempo. Scende Ancelotti, scendono i giocatori, la gente presente si accalca a tre metri da loro, scatta foto, non un insulto né un gesto ostile verso la squadra ospite. Aprono i cancelli, sono le 18,30. C'è un primo controllo da fare - paragonabile al nostro prefiltraggio - dove ci sono solo steward. Gentilissimi, chiedono di mostrare il tagliando e, scusandosi, di aprire la borsa. Si salgono le scale, si arriva ai tornelli e come in Italia la lettura è ottica. Al di là delle sbarre un altro gruppo di steward che si limita a indicare la direzione da seguire per raggiungere i posti. Doppio controllo e tornelli. Teneteli a mente: saranno le uniche similitudini con il modello inglese con cui si riempiono la bocca in tanti in Italia. A partire dal ministro Maroni.

Siamo nell'ultima fila, ironia della sorte, appena sotto la tribuna stampa. La tribuna principale è di fronte a noi, con le sue poltroncine extra lusso. La veduta del campo è ottima, lo stadio, e i minuti passano, è sempre vuoto. Un terribile pensiero ci assale: vuoi vedere che ci hanno fottuto e lo stadio è mezzo vuoto? No, non è possibile, anche al botteghino ce l'hanno detto. Passi il bagarino, ma loro mica potevano bluffare? Eppure i minuti trascorrono e lo stadio rimane vuoto. Le squadre iniziano il riscaldamento, si allenano, rientrano negli spogliatoi e lo stadio è pieno per un quinto. C'hanno fregato, ormai ce ne siamo quasi convinti e rassegnati.

Lo speaker, direttamente dal campo, annuncia le formazioni: nessun insulto, nessun fischio alla lettura della formazione del Newcastle, i cui tifosi sono assiepati in uno spicchio dietro la bandierina del calcio d'angolo alla nostra sinistra. Divisori? Protezioni? Gabbie? Percorsi privilegiati? Macché: erano in metropolitana con noi, con le loro maglie bianconere, e mischiati ai tifosi di casa. Dentro lo stadio, hanno accanto un cordone di steward e tre-diconsi-tre seggiolini vuoti come terra di nessuno rispetto a una delle due curve. Zero divisori anche nel resto dello stadio, naturalmente.

Mancano non più di dieci minuti all'inizio. Ecco il miracolo. Lo stadio si riempie in modo a dir poco stupefacente. Al fischio d'inizio non c'è più un posto libero. Tutti o quasi arrivano all'ultimo istante. Alla fine i paganti saranno oltre 41 mila. Del resto se si hanno i posti assegnati, perché arrivare prima? Non siamo mica in Italia dove ti chiedono anche il nome e ti obbligano a arrivare ore prima per superare controlli, prefiltraggi, filtraggi? E dove non puoi esporre uno striscione se non passi dalla questura? Qui ce ne sono a bizzeffe, anche bandieroni che coprono una delle due curve. Proibizioni ricordate all'altoparlante? Non si può fumare e prima della gara sul display si ricorda anche che è proibito gridare slogan anti-giudaici. Se lo ricordano, qualche motivo ci sarà.

La gara inizia, è viva, intensa: nelle due curve - nel centro di esse - la gente sta in piedi, come è tutta in piedi pure nello spicchio dei tifosi del Newcastle. Cori? All'inglese, ovvero che coinvolgono tutto o quasi lo stadio. Non frequentissimi, però. In campo pochi falli, zero proteste, tanto agonismo. Il Chelsea gioca con parecchi rincalzi e dopo essere passato in vantaggio subisce la reazione. Va sotto: alle fine del primo tempo siamo 3-1 per il Newcastle.

Nell'intervallo lo speaker torna sul terreno e, - pare sia un'usanza diffusa - fa fare un giro di onore del campo a un vecchio giocatore dei blues. E' un'ovazione emozionante. Si avverte - nonostante sugli spalti ci siano molti turisti: il Chelsea è una multinazionale ormai che raccoglie fans da tutte le parti del mondo, ma che non possono vivere la gara con la stessa intensità di chi qui ci vive - un'aria davvero bella.

La ripresa, con dei reparti difensivi che farebbero inorridire un qualunque allenatore italiano, riserva altre sorprese. C'è tempo anche per un'invasione di campo solitaria e pacifica. Preso e impacchettato di peso, il giovanotto crediamo non assisterà per un bel po' a manifestazione sportive. Alla fine la spunta il Newcastle, all'ultimo minuto e dopo che la squadra di casa si era riportata sul 3-3. Applausi. Comunque sia andata, qui sono per i blues. Senza biglietti nominativi, senza tessera, senza la sensazione di vivere in una gabbia con i custodi. Ma con un particolare determinante: tutto qui passa per un approccio culturale diverso. Dai poliziotti, ai giocatori, ai tifosi. Proprio quello che non otterremo mai con i decreti.

Fabrizio Vincenti

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