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Una cittā che ha dimenticato il calcio e la sua identitā
27/10/2008 12:11
Sì d'accordo, la trasferta di Rieti era la più lunga
dell'anno, ma vedere trentaquattro tifosi (tanti ne abbiamo contati nella
curva da oltre novecento) fa una tristezza incredibile. Fa davvero
cadere le braccia. E se è ovvio che i presenti hanno sempre ragione, ci
viene da chiedere perchè i pochi temerari giunti sino nel Lazio non
abbiamo almeno provveduto a sistemarsi vicini. No, uno qui, due là, sei
sopra, sette sotto. Una metafora cruda, ma vera - nei numeri e nella
sostanza - di quello che è oggi la tifoseria rossonera. Prima ancora
che spaccata, e la spaccatura c'è, inutile far finta di nulla,
disinteressata, scettica, abulica, ormai distante dal pianeta calcio.
Tutto questo non può ricadere - a parere di chi scrive - solo sulle
spalle della sciagurata gestione Hadj. Il male è, prima di tutto, qui.
Dentro e fuori le mura. Le riprove del resto non mancano: nessuna
città, a partire da Pisa - di fronte alla quale c'è solo da togliere il
cappello, e costa tanto dirlo - ha vissuto una situazione del genere
in questo modo. Tutti hanno reagito, tutti hanno trovato le forze
dentro di sè per tenere vivo l'orgoglio cittadino, la passione
calcistica e anche la dignità. No, qui no. La bella addormentata nel bosco, Lucca, è
così. Apatica, appunto. E facile alla critica maldicente, molto meno a
rimboccarsi le maniche e a tirare fuori un po' di sano orgoglio e
voglia di fare.
Pensi al trattamento che i fiorentini hanno riservato a
Borgonovo con quella serata da groppo alla gola e ti rendi conto che
qui non sarebbe mai potuto succedere. Mai. E non è questione di numeri,
naturalmente. Ma di calore, di forza, di grinta, di sentimento, di
identità. Lo zero alberga da queste parti, ma continuiamo a dare la
colpa ad altri o a rinfacciarci reciprocamente le scelte, tutte
legittime, dopo lo tsunami estivo. Nel frattempo la gran massa delle
persone ha il pensiero da ben altre parti. Da anni ormai.
Stadio
nuovo in queste
condizioni? Viene da sorridere, per non piangere. Pensarci in
un simile contesto ha davvero del parossistico. Sempre che non si creda
sia quello il grimaldello per riportare gente allo stadio. Tutti
sanno che non è così. O almeno che non basta da solo. Non basteranno
nemmeno i risultati, che pure sono alla base di tutto. Ci vuole un
progetto che abbia l'anima, e non solo la veste, e che questa città
smetta di
vivere aggomitolata su di sè e sulle sue piccole miserie e invidie.
Gabriele D'Annunzio, a proposito dell'invidia, diceva che era il
peccato capitale degli imbecilli, perchè, a differenza degli altri, non
porta nessun godimento ma solo sofferenza. Ce la faremo, tutti insieme,
ad andare oltre?
Fabrizio Vincenti