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Cinquecento tifosi per seicento chilometri, domanda: da quanto non accadeva?
07/12/2009 16:04
Magari saremo smentiti da chi conosce a menadito la
statistiche o da chi - ben più di noi - ha fatto e spesso subìto le
trasferte rossonere degli ultimi anni, ma un esodo del genere, a
trecento chilometri di distanza, non lo ricordiamo, a memoria, in tutti
i campionati successivi alla retrocessione dalla serie B. Son passati
oltre dieci anni, per la cronaca.
Certo, ci sono state le
trasferte di Lumezzane, Treviso e Trieste. Ma lì si parlava di spareggi
per le B, non di partite di campionato anche se di cartello. E allora,
sia pure pronti a ravvedersi di fronte a chi possa sostenere il
contrario con dati di fatto, lo diciamo chiaro e tondo: quella di ieri,
a San Marino, è una data storica per l'ambiente rossonero. Non tanto
per il primato d'inverno - conta relativamente anche se avremmo fatto
carte false a luglio per poterlo festeggiare - quanto per la gente
rossonera. Ieri, in questo senso, è a nostro avviso persino più
significativa di Prato. Trecento chilometri a andare, altrettanti a
tornare non son certo pochi. E se li sono fatti in almeno cinquecento
persone. D'accordo, San Marino attira anche turisticamente. Ma non
basta a spiegare l'esodo.
Ormai possiamo dirlo chiaramente: è
tornato l'amore, almeno di quei tifosi che poco alla volta si erano
allontanati. Certo, manca ancora il grosso - almeno mille, più
probabilmente duemila persone in casa - ma guai a sottovalutare il dato
numerico, ma anche di calore, che ha prodotto la trasferta all'estero.
Davvero bello, bellissimo. Complimenti a chi c'era.
Senza le
imprese di Favarin e dei giocatori tutto questo non ci sarebbe stato,
ma è bene sottolineare un aspetto che va oltre il dato sportivo: i
tifosi stanno ritrovando la gioia, il gusto, di seguire la Lucchese, di
stare insieme, di divertirsi, di vivere i preparativi della trasferta,
di mangiare pane e Lucchese. E' un aspetto di straordinaria importanza.
Tenetelo a mente, perché questi sono gli inneschi che generano gli
incendi della passione. E come di consueto Lucca è una piazza a
combustione lenta, ma costante. Ricordiamo ancora quei cori contro la
Nocerina: lì ci siamo convinti che l'amore stava di nuovo
prepotentemente sbocciando.
Da allora sono arrivate solo
conferme in un clima oltretutto di grande correttezza e responsabilità.
Perché, è bene dirlo, la gente rossonera si sta comportando bene anche se
va vista alla riprova del nove, ovvero in partite più complicate. Predomina
comunque per ora il buon senso e la voglia sana di divertimento. In giro si sente parlare di
possibili provvedimenti contro alcuni tifosi per il lancio di oggetti
(un accendino? una bottiglietta vuota?) seguìto all'invasione solitaria
del tifoso pisano occasionalmente "prestato" alla Carrarese. Sarebbe il
colmo. Naturalmente all'insegna della mancanza di buon senso, ma del
resto non sarebbe la prima volta.
Buon senso che invece non è
mancato a Bepi Pillon, l'allenatore dell'Ascoli che sabato ha dato una
lezione a gente molto più altolocata, a partire dal gran campione
Henry. Campione con i piedi e per la faccia di bronzo. Che si sia in
accordo o meno con la sospensione del gioco quando un avversario è a
terra - chi scrive non lo è perché ritiene sia di esclusiva pertinenza
dell'arbitro - Pillon e l'Ascoli hanno dato vita ad una dimostrazione
pratica di cosa significhi avere a cuore il rispetto dell'altro.
Sacrificando un gol non in situazione di largo vantaggio o con
una classifica che te lo consente. Senza gesti di comodo, insomma.
E' un qualcosa infinitamente di più di quelle inutili e
ipocrite manifestazioni fatte di striscioni sul fair play tenuti in
mano da ignari bambini o delle spillette appuntate sui baveri dei
protagonisti durante le interviste o ancora dei corifei puntuali sulla
violenza nel calcio e sulle discriminazioni da chi di calcio sa nulla,
ma parla troppo. A volte tentando di piegare il calcio alle proprie
convinzioni di parte.
Il gesto di Pillon e dei bianconeri è stato talmente clamoroso
da aver provocato le reazioni degli stessi tifosi e di parte della
società marchigiana che, come noto, ha perso poi la partita. Siamo tra
quelli che ancora pensano che il fine non sempre giustifica i mezzi. Siamo tra
quelli che preferiscono perdere una gara che la faccia. Come hanno
fatto i francesi per la gara di qualificazione al mondiale. Poi, se uno
ha la faccia come altre parti del corpo, è un altro discorso. E' molto
di moda, va detto. Ma è un affare loro, soprattutto la mattina davanti
allo specchio. Fatti non parole, cari sepolcri imbiancati del calcio,
ecco la lezione sommessamene rivoluzionaria di Pillon.
Fabrizio Vincenti