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Bentornata a Lucca, Dea del Pallone
14/01/2010 14:39
E' ancora Natale e non ce ne siamo accorti. La Lucchese vista ieri è sembrata davvero simile a un regalo di quelli cercati e sognati, ma che difficilmente arrivano nella realtà, per la festa più importante dell'anno.
E' stato l'ennesimo spot che i ragazzi di Favarin hanno girato, sudando sette camicie, per riavvicinare gli sportivi lucchesi al mondo sempre meno dorato del pallone.
Chi c'era, e non erano affato pochi i tifosi rossoneri presenti, ha vissuto un altro pomeriggio da stropicciarsi gli occhi. Non tanto e non solo per la prestazione nonché i tre punti, quanto per la presenza, finalmente vivaddio, di quella imperscrutabile e dispettosa donna, anzi dea, che si chiama fortuna. Intendiamoci, la Lucchese ha vinto e non ha rubato nulla, ma la storia, anche rossonera, ci insegna che le sorti di un match, di un campionato, a volte di una società passano per episodi, per attimi, per centimetri, per deviazioni a volte millimetriche. A Poggibonsi, in tribuna, c'era l'indimenticabile Toni Carruezzo. Chiedete a lui e a tutti i tifosi rossoneri cosa significa tirare un rigore che va due centimetri più a destra o più a sinistra. La Dea del Pallone, quella che Gianni Brera battezzò splendidamente Dea Eupalla e che presiede alle sorti del calcio, è di nuovo tra noi.
Ieri, lo confessiamo, ad un certo punto abbiamo avuto paura. Paura che qualche nuvola arrivasse; paura che fosse la giornata giusta per riportare tutti con i piedi per terra almeno per qualche giorno; paura che il vento tornasse quello che per anni ha soffiato sulla maglia rossonera; paura che un rimpallo del piffero consentisse, in quei minuti finali tanto convulsi, tesi ma affascinanti, al Poggibonsi di giungere al sospirato e, diciamolo, anche meritato pareggio; paura che quel gol di Pera, stupendo tanto quanto la sua corsa sotto lo striscione che i suoi amici gli avevano dedicato, portasse solo un pari, utile per una promozione che è sempre più vicina, ma che avrebbe lasciato un pizzico di amaro in bocca. Come a Prato, tanto per capirsi. Perché la rimonta di ieri, con sorpasso a pochi minuti dalla fine, se fosse stata interrotta, non avrebbe pregiudicato nulla per la vittoria in campionato, ma avrebbe tolto qualcosa a quella parte irrazionale e gioiosa che nel calcio guida e comanda molti momenti e tutti i ricordi.
Per qualche istante, ingiustificatamente, abbiamo avuto paura. Sono paure che chi segue la Lucchese si porta dietro, paure da psicoanalisi forse; paure da decenni di fregature che se hanno irrobustito alcuni, hanno allontanato molti e segnato i più. Ma ora è davvero tempo di tornare a sorridere allo stadio e buttare nel cestino un motto che ha contraddistinto più di una generazione: mai una gioia.
Questa squadra è assistita anche dalla Dea Eupalla, che ha deciso di non penalizzarla o peggio derubarla in quei piccoli istanti e movimenti che determinano una sconfitta o una vittoria, spesso a prescindere dal reale merito dei protagonisti. La fortuna aiuta gli audaci si suole dire. Vero. E e la Lucchese lo è come squadra e come singoli. Ma non sempre basta. C'è chi dice che occorre lo stellone, che a un certo punto appare. Chi di corsi e ricorsi, perché la sfiga non può durare in eterno e ogni notte deve pur finire. Tutto vero o forse no.
Nel dubbio consigliamo di non muovere un dito, di restare fermi, se possibile nemmeno respirare. Non ci, e vi, svegliate. Era tanto che speravamo di vivere in un sogno rossonero. E se vi dicono che siamo scaramantici, non ci credete. Non è vero. Negheremmo anche sotto tortura: porta male o no dire che lo si è? E ora scusateci, spegniamo la luce e torniamo a sognare. Dopo aver visto, forse sempre in sogno, quasi diecimila tifosi novaresi a Milano. O forse nella realtà. Bentornata Dea Eupalla, a Lucca ti aspettavamo da una vita.
Fabrizio Vincenti